MICHELE GAETANO CALAMITA

Accidia, suggestione fotografia realizzata con radici di ulivo, materiale di recupero come buccia d’arancia e vecchia stoffe su alluminio dibond, cm 45×60

L’immagine si impone come una visione febbrile, un teatro della dissoluzione in cui la materia si fa memoria e la morte si trasfigura in forma. Non vi è qui semplice accumulo, ma una liturgia visiva, un intreccio serrato di presenze che emergono dall’ombra come reliquie di un tempo sospeso. I teschi, lungi dall’essere meri emblemi del finire, si elevano a icone di una permanenza inquieta, custodi di un’energia che non si estingue ma muta, si contorce, si rigenera nel segno. La superficie pittorica vibra di una luce incandescente, dove i rossi ardono come brace sotto la cenere e gli ori, corrosi e feriti, restituiscono una sacralità profanata, quasi una bellezza sopravvissuta al proprio crollo. Le forme si compenetrano in un flusso continuo, come se ogni volto fosse il riflesso deformato di un altro, in un perpetuo rimando che dissolve i confini tra individuo e moltitudine. In questo vortice, lo sguardo non trova appiglio ma è trascinato in una deriva visionaria, costretto a sostare nella tensione tra attrazione e repulsione. L’opera si offre così come una meditazione tragica e insieme solenne sull’ineluttabilità del ciclo vitale, dove la fine non è mai conclusione, ma soglia, passaggio, eco persistente di una presenza che continua a interrogare il silenzio.

Sandro Serradifalco

L’immagine si impone come una visione febbrile, un teatro della dissoluzione in cui la materia si fa memoria e la morte si trasfigura in forma. Non vi è qui semplice accumulo, ma una liturgia visiva, un intreccio serrato di presenze che emergono dall’ombra come reliquie di un tempo sospeso. I teschi, lungi dall’essere meri emblemi del finire, si elevano a icone di una permanenza inquieta, custodi di un’energia che non si estingue ma muta, si contorce, si rigenera nel segno. La superficie pittorica vibra di una luce incandescente, dove i rossi ardono come brace sotto la cenere e gli ori, corrosi e feriti, restituiscono una sacralità profanata, quasi una bellezza sopravvissuta al proprio crollo. Le forme si compenetrano in un flusso continuo, come se ogni volto fosse il riflesso deformato di un altro, in un perpetuo rimando che dissolve i confini tra individuo e moltitudine. In questo vortice, lo sguardo non trova appiglio ma è trascinato in una deriva visionaria, costretto a sostare nella tensione tra attrazione e repulsione. L’opera si offre così come una meditazione tragica e insieme solenne sull’ineluttabilità del ciclo vitale, dove la fine non è mai conclusione, ma soglia, passaggio, eco persistente di una presenza che continua a interrogare il silenzio.

Sandro Serradifalco

MICHELE GAETANO CALAMITA

Accidia, suggestione fotografia realizzata con radici di ulivo, materiale di recupero come buccia d’arancia e vecchia stoffe su alluminio dibond, cm 45×60