LAURA LOTTI CASTIGLIONI

Al-fil, acrilico
In questa costruzione simbolica, che si offre allo sguardo come enigma sospeso tra allegoria e visione, la forma dell’elefante — privata della sua integrità corporea e trasfigurata in presenza quasi totemica — emerge quale emblema di una memoria arcaica, di una forza primigenia che non si manifesta più nella sua interezza, ma si condensa in frammento, in reliquia, in eco di potenza trattenuta. La superficie materica, segnata da increspature e tensioni, sembra custodire il tempo stesso, come se la pelle dell’animale fosse divenuta crosta terrestre, luogo di sedimentazione di eventi remoti e irrecuperabili. Al di sotto, la scacchiera introduce un ordine razionale, geometrico, quasi implacabile: spazio della strategia, del calcolo, della previsione. E tuttavia, questo ordine appare irrimediabilmente sproporzionato rispetto alla monumentalità sospesa sopra di esso, come se la logica umana — incarnata nei pochi pezzi disposti — fosse destinata a confrontarsi con una dimensione che eccede ogni possibilità di controllo. La partita non è più gioco, ma metafora di un confronto impari tra misura e immensità, tra coscienza e inconscio, tra volontà e destino. In questo scarto si genera la tensione più profonda dell’opera: non la rappresentazione di un conflitto esplicito, ma l’intuizione di una presenza che sovrasta e relativizza ogni gesto umano, rendendo ogni mossa al contempo necessaria e irrilevante, come se l’esito fosse già inscritto in una trama invisibile, anteriore a ogni decisione.
Sandro Serradifalco
In questa costruzione simbolica, che si offre allo sguardo come enigma sospeso tra allegoria e visione, la forma dell’elefante — privata della sua integrità corporea e trasfigurata in presenza quasi totemica — emerge quale emblema di una memoria arcaica, di una forza primigenia che non si manifesta più nella sua interezza, ma si condensa in frammento, in reliquia, in eco di potenza trattenuta. La superficie materica, segnata da increspature e tensioni, sembra custodire il tempo stesso, come se la pelle dell’animale fosse divenuta crosta terrestre, luogo di sedimentazione di eventi remoti e irrecuperabili. Al di sotto, la scacchiera introduce un ordine razionale, geometrico, quasi implacabile: spazio della strategia, del calcolo, della previsione. E tuttavia, questo ordine appare irrimediabilmente sproporzionato rispetto alla monumentalità sospesa sopra di esso, come se la logica umana — incarnata nei pochi pezzi disposti — fosse destinata a confrontarsi con una dimensione che eccede ogni possibilità di controllo. La partita non è più gioco, ma metafora di un confronto impari tra misura e immensità, tra coscienza e inconscio, tra volontà e destino. In questo scarto si genera la tensione più profonda dell’opera: non la rappresentazione di un conflitto esplicito, ma l’intuizione di una presenza che sovrasta e relativizza ogni gesto umano, rendendo ogni mossa al contempo necessaria e irrilevante, come se l’esito fosse già inscritto in una trama invisibile, anteriore a ogni decisione.
Sandro Serradifalco
LAURA LOTTI CASTIGLIONI

Al-fil, acrilico