GIUSEPPE GENCHI

La serpe in seno, acrilico e gesso acrilico su masonite, cm 50×70

Nell’opera “La serpe in seno” l’immagine si struttura come un campo simbolico denso e stratificato, in cui la figurazione si distacca da ogni intento naturalistico per assumere un carattere arcaico, quasi rituale. La superficie, vibrante e materica, accoglie una costellazione di segni che sembrano emergere da una memoria primordiale, evocando linguaggi visivi riconducibili tanto all’arte rupestre quanto a codici iconici di tradizioni ancestrali.

La figura centrale, con il suo corpo stilizzato e le membra aperte in una postura quasi ieratica, si impone come fulcro energetico della composizione. Il volto, inscritto in una forma spiralica, suggerisce un’identità in trasformazione, mentre la verticalità del corpo, attraversata da un motivo ornamentale interno, richiama un asse simbolico che connette dimensione terrena e tensione spirituale. La presenza della figura secondaria, più piccola e dinamica, introduce un elemento narrativo che può essere letto come riflesso, alter ego o manifestazione di una dualità interna.

Gli elementi circolari disseminati nello spazio – simili a soli o a simboli cosmici – contribuiscono a costruire un sistema iconografico chiuso, in cui ogni segno sembra partecipare a un ordine misterioso. Tuttavia, proprio qui si apre una possibile frattura critica: questo universo simbolico appare intenzionalmente evocativo, ma non del tutto decifrabile. Uno sguardo più esigente potrebbe interrogarsi sulla natura di tali segni: sono portatori di un codice preciso o rimangono sospesi in una dimensione puramente evocativa, affidata all’impressione più che alla costruzione semantica? Dal punto di vista cromatico, la dominante calda e terrosa, interrotta da accenti di bianco, nero e oro, rafforza l’impressione di un ambiente originario, quasi tellurico. La materia pittorica, spessa e irregolare, diventa parte integrante del linguaggio, conferendo all’opera una fisicità che amplifica il senso di antichità e di radicamento. In una lettura alternativa, l’opera può essere interpretata come una riflessione sulla dimensione interiore dell’essere umano, dove la “serpe” del titolo assume un valore metaforico: presenza latente, ambigua, che abita il corpo e la coscienza. In questo senso, la stilizzazione estrema non è un limite, ma una scelta che consente di universalizzare il contenuto, sottraendolo al contingente.

“La serpe in seno” si configura così come un’immagine sospesa tra mito e introspezione, tra arcaico e contemporaneo, in cui il linguaggio visivo non cerca una risposta univoca, ma apre uno spazio di interrogazione, invitando lo spettatore a confrontarsi con ciò che, pur non essendo immediatamente leggibile, continua a esercitare una forza profonda e persistente.

Sandro Serradifalco

Nell’opera “La serpe in seno” l’immagine si struttura come un campo simbolico denso e stratificato, in cui la figurazione si distacca da ogni intento naturalistico per assumere un carattere arcaico, quasi rituale. La superficie, vibrante e materica, accoglie una costellazione di segni che sembrano emergere da una memoria primordiale, evocando linguaggi visivi riconducibili tanto all’arte rupestre quanto a codici iconici di tradizioni ancestrali.

La figura centrale, con il suo corpo stilizzato e le membra aperte in una postura quasi ieratica, si impone come fulcro energetico della composizione. Il volto, inscritto in una forma spiralica, suggerisce un’identità in trasformazione, mentre la verticalità del corpo, attraversata da un motivo ornamentale interno, richiama un asse simbolico che connette dimensione terrena e tensione spirituale. La presenza della figura secondaria, più piccola e dinamica, introduce un elemento narrativo che può essere letto come riflesso, alter ego o manifestazione di una dualità interna.

Gli elementi circolari disseminati nello spazio – simili a soli o a simboli cosmici – contribuiscono a costruire un sistema iconografico chiuso, in cui ogni segno sembra partecipare a un ordine misterioso. Tuttavia, proprio qui si apre una possibile frattura critica: questo universo simbolico appare intenzionalmente evocativo, ma non del tutto decifrabile. Uno sguardo più esigente potrebbe interrogarsi sulla natura di tali segni: sono portatori di un codice preciso o rimangono sospesi in una dimensione puramente evocativa, affidata all’impressione più che alla costruzione semantica? Dal punto di vista cromatico, la dominante calda e terrosa, interrotta da accenti di bianco, nero e oro, rafforza l’impressione di un ambiente originario, quasi tellurico. La materia pittorica, spessa e irregolare, diventa parte integrante del linguaggio, conferendo all’opera una fisicità che amplifica il senso di antichità e di radicamento. In una lettura alternativa, l’opera può essere interpretata come una riflessione sulla dimensione interiore dell’essere umano, dove la “serpe” del titolo assume un valore metaforico: presenza latente, ambigua, che abita il corpo e la coscienza. In questo senso, la stilizzazione estrema non è un limite, ma una scelta che consente di universalizzare il contenuto, sottraendolo al contingente.

“La serpe in seno” si configura così come un’immagine sospesa tra mito e introspezione, tra arcaico e contemporaneo, in cui il linguaggio visivo non cerca una risposta univoca, ma apre uno spazio di interrogazione, invitando lo spettatore a confrontarsi con ciò che, pur non essendo immediatamente leggibile, continua a esercitare una forza profonda e persistente.

Sandro Serradifalco

GIUSEPPE GENCHI

La serpe in seno, acrilico e gesso acrilico su masonite, cm 50×70