Ernesto Butticè

Il tramonto della sapienza, olio su pannello telato, cm 60×80
L’opera si erge come una visione crepuscolare, densa di presagi e di memoria, in cui il paesaggio si trasfigura in teatro di una lenta e inesorabile dissoluzione del sapere. La scala che si inarca verso l’alto, scavata nella pietra e illuminata da una luce remota, non è più promessa di ascesa, ma gesto ormai stanco, percorso da una figura piegata, quasi consumata dal peso di un tempo che non redime. Attorno, i libri — un tempo custodi di verità, archivi di pensiero e di visione — giacciono dispersi, aperti, abbandonati, come reliquie di un ordine ormai infranto, pagine che non parlano più, o forse non vengono più ascoltate. Al centro, la presenza enigmatica della civetta, simbolo antico di sapienza, appare immobilizzata in una fissità che non consola: non guida, non veglia, ma assiste, muta, al tramonto di ciò che incarnava. Il cielo, squarciato da nubi tumultuose e attraversato da bagliori inquieti, amplifica la tensione di un mondo che sembra vacillare tra rivelazione e rovina, mentre la roccia sullo sfondo si innalza come monolite indifferente, testimone di una durata che eccede l’umano. In primo piano, il corpo disteso, vinto, stretto ancora a un libro, suggella la caduta: non una morte soltanto fisica, ma il venir meno di una fiducia, di una possibilità di senso. E tuttavia, in questa scena di disgregazione, permane una sottile ambiguità: ciò che appare fine potrebbe essere soglia, ciò che si disperde potrebbe ancora germinare altrove. L’opera non enuncia, ma interroga; non conclude, ma sospende lo sguardo in un tempo fragile, in cui la sapienza non scompare del tutto, ma si ritrae, come brace sotto la cenere, in attesa di essere, forse, nuovamente invocata.
Sandro Serradifalco
L’opera si erge come una visione crepuscolare, densa di presagi e di memoria, in cui il paesaggio si trasfigura in teatro di una lenta e inesorabile dissoluzione del sapere. La scala che si inarca verso l’alto, scavata nella pietra e illuminata da una luce remota, non è più promessa di ascesa, ma gesto ormai stanco, percorso da una figura piegata, quasi consumata dal peso di un tempo che non redime. Attorno, i libri — un tempo custodi di verità, archivi di pensiero e di visione — giacciono dispersi, aperti, abbandonati, come reliquie di un ordine ormai infranto, pagine che non parlano più, o forse non vengono più ascoltate. Al centro, la presenza enigmatica della civetta, simbolo antico di sapienza, appare immobilizzata in una fissità che non consola: non guida, non veglia, ma assiste, muta, al tramonto di ciò che incarnava. Il cielo, squarciato da nubi tumultuose e attraversato da bagliori inquieti, amplifica la tensione di un mondo che sembra vacillare tra rivelazione e rovina, mentre la roccia sullo sfondo si innalza come monolite indifferente, testimone di una durata che eccede l’umano. In primo piano, il corpo disteso, vinto, stretto ancora a un libro, suggella la caduta: non una morte soltanto fisica, ma il venir meno di una fiducia, di una possibilità di senso. E tuttavia, in questa scena di disgregazione, permane una sottile ambiguità: ciò che appare fine potrebbe essere soglia, ciò che si disperde potrebbe ancora germinare altrove. L’opera non enuncia, ma interroga; non conclude, ma sospende lo sguardo in un tempo fragile, in cui la sapienza non scompare del tutto, ma si ritrae, come brace sotto la cenere, in attesa di essere, forse, nuovamente invocata.
Sandro Serradifalco
Ernesto Butticè

Il tramonto della sapienza, olio su pannello telato, cm 60×80