ELENA ESTER ACCARDO

Giù la maschera, tecnica mista su carta con inserti di materiali organici di riciclo e di antiquariato, cm 100×70
In Giù la maschera Elena Ester Accardo costruisce un’opera che è al tempo stesso superficie e scavo, epidermide e rivelazione. La composizione, organizzata in una sequenza serrata di fasce verticali, si presenta come un tessuto stratificato in cui materiali eterogenei – carte, inserti organici, frammenti di recupero e memorie d’antiquariato – convivono in una tensione costante tra ordine e disgregazione. La verticalità domina lo spazio visivo come una sorta di codice a barre emotivo: ogni segmento è una storia, una traccia, un’identità parziale. L’alternanza di pattern cromatici accesi, tessiture animali, superfici neutre e materiali traslucidi crea un ritmo sincopato che costringe l’occhio a muoversi senza trovare un vero punto di quiete. È una lettura frammentata, volutamente instabile, che riflette il tema centrale dell’opera: la caduta delle maschere come atto traumatico, mai pacificato. L’uso di materiali di riciclo e di elementi organici non ha qui una funzione meramente ecologica o decorativa, ma diventa linguaggio concettuale. Sono residui, resti di vite precedenti, oggetti che hanno già attraversato il tempo e che ora vengono riattivati in una nuova narrazione. L’antiquariato dialoga con il contemporaneo, il passato con l’urgenza del presente, suggerendo che l’identità non è mai pura, ma sempre costruita per accumulo, per sovrapposizione. Il riferimento alla “maschera” non è esplicito in senso iconografico, ma emerge per sottrazione: ciò che vediamo è ciò che resta dopo lo smascheramento. Le superfici sembrano scorticate, aperte, come se l’opera stessa avesse subito un processo di smontaggio. In questo senso, Accardo lavora sul confine tra protezione e esposizione, tra il bisogno di nascondersi e l’impossibilità di farlo fino in fondo. Giù la maschera si impone così come un’opera densa, fisica, quasi tattile, che invita a una fruizione lenta e ravvicinata. Non offre risposte, ma mette in scena una condizione: quella dell’essere contemporaneo, stratificato, contraddittorio, costretto a fare i conti con ciò che resta quando le sovrastrutture cadono. Un lavoro maturo, consapevole, in cui la materia diventa pensiero e il frammento si fa racconto.
Sandro Serradifalco
In Giù la maschera Elena Ester Accardo costruisce un’opera che è al tempo stesso superficie e scavo, epidermide e rivelazione. La composizione, organizzata in una sequenza serrata di fasce verticali, si presenta come un tessuto stratificato in cui materiali eterogenei – carte, inserti organici, frammenti di recupero e memorie d’antiquariato – convivono in una tensione costante tra ordine e disgregazione. La verticalità domina lo spazio visivo come una sorta di codice a barre emotivo: ogni segmento è una storia, una traccia, un’identità parziale. L’alternanza di pattern cromatici accesi, tessiture animali, superfici neutre e materiali traslucidi crea un ritmo sincopato che costringe l’occhio a muoversi senza trovare un vero punto di quiete. È una lettura frammentata, volutamente instabile, che riflette il tema centrale dell’opera: la caduta delle maschere come atto traumatico, mai pacificato. L’uso di materiali di riciclo e di elementi organici non ha qui una funzione meramente ecologica o decorativa, ma diventa linguaggio concettuale. Sono residui, resti di vite precedenti, oggetti che hanno già attraversato il tempo e che ora vengono riattivati in una nuova narrazione. L’antiquariato dialoga con il contemporaneo, il passato con l’urgenza del presente, suggerendo che l’identità non è mai pura, ma sempre costruita per accumulo, per sovrapposizione. Il riferimento alla “maschera” non è esplicito in senso iconografico, ma emerge per sottrazione: ciò che vediamo è ciò che resta dopo lo smascheramento. Le superfici sembrano scorticate, aperte, come se l’opera stessa avesse subito un processo di smontaggio. In questo senso, Accardo lavora sul confine tra protezione e esposizione, tra il bisogno di nascondersi e l’impossibilità di farlo fino in fondo. Giù la maschera si impone così come un’opera densa, fisica, quasi tattile, che invita a una fruizione lenta e ravvicinata. Non offre risposte, ma mette in scena una condizione: quella dell’essere contemporaneo, stratificato, contraddittorio, costretto a fare i conti con ciò che resta quando le sovrastrutture cadono. Un lavoro maturo, consapevole, in cui la materia diventa pensiero e il frammento si fa racconto.
Sandro Serradifalco
ELENA ESTER ACCARDO

Giù la maschera, tecnica mista su carta con inserti di materiali organici di riciclo e di antiquariato, cm 100×70