DANILO TEAGANO

Cavallo, ferro battuto
Nell’opera Cavallo, la materia ferrosa si fa tensione plastica e racconto gestuale, trasformando il metallo in una presenza viva, quasi palpitante. La figura equina, colta in un passo sospeso, non ricerca la perfezione anatomica ma privilegia una resa espressiva fondata sull’energia del fare: le superfici irregolari, segnate da saldature e increspature, restituiscono la memoria del processo, rendendo visibile il dialogo diretto tra mano e materiale. Il corpo del cavallo appare costruito per accumulo, come se la forma emergesse progressivamente da una lotta con la materia, più che da un progetto rigidamente preordinato. Ne deriva una volumetria vibrante, in cui luce e ombra si frantumano sulle asperità del ferro, amplificando la sensazione di movimento e vitalità. La criniera e la coda, trattate con un ritmo quasi calligrafico, introducono una dinamica fluida che contrasta con la pesantezza intrinseca del materiale. Un osservatore critico potrebbe rilevare una certa tensione tra la solidità della struttura e la ricerca di leggerezza del gesto: il cavallo sembra voler oltrepassare i limiti fisici del ferro, ma resta inevitabilmente ancorato alla sua densità. Tuttavia, è proprio in questa frizione che l’opera trova la sua forza, evitando sia il naturalismo illustrativo sia l’astrazione pura. La base, lungi dall’essere un semplice supporto, partecipa alla costruzione semantica dell’opera, con segni incisi e tracce materiche che suggeriscono un terreno simbolico, quasi un luogo di appartenenza. In questo senso, il cavallo non è soltanto un soggetto, ma una presenza archetipica: emblema di forza, resistenza e impulso vitale, restituito attraverso una scultura che fa della materia il proprio linguaggio più autentico.
Sandro Serradifalco
Nell’opera Cavallo, la materia ferrosa si fa tensione plastica e racconto gestuale, trasformando il metallo in una presenza viva, quasi palpitante. La figura equina, colta in un passo sospeso, non ricerca la perfezione anatomica ma privilegia una resa espressiva fondata sull’energia del fare: le superfici irregolari, segnate da saldature e increspature, restituiscono la memoria del processo, rendendo visibile il dialogo diretto tra mano e materiale. Il corpo del cavallo appare costruito per accumulo, come se la forma emergesse progressivamente da una lotta con la materia, più che da un progetto rigidamente preordinato. Ne deriva una volumetria vibrante, in cui luce e ombra si frantumano sulle asperità del ferro, amplificando la sensazione di movimento e vitalità. La criniera e la coda, trattate con un ritmo quasi calligrafico, introducono una dinamica fluida che contrasta con la pesantezza intrinseca del materiale. Un osservatore critico potrebbe rilevare una certa tensione tra la solidità della struttura e la ricerca di leggerezza del gesto: il cavallo sembra voler oltrepassare i limiti fisici del ferro, ma resta inevitabilmente ancorato alla sua densità. Tuttavia, è proprio in questa frizione che l’opera trova la sua forza, evitando sia il naturalismo illustrativo sia l’astrazione pura. La base, lungi dall’essere un semplice supporto, partecipa alla costruzione semantica dell’opera, con segni incisi e tracce materiche che suggeriscono un terreno simbolico, quasi un luogo di appartenenza. In questo senso, il cavallo non è soltanto un soggetto, ma una presenza archetipica: emblema di forza, resistenza e impulso vitale, restituito attraverso una scultura che fa della materia il proprio linguaggio più autentico.
Sandro Serradifalco
DANILO TEAGANO

Cavallo, ferro battuto