ALESSANDRA DELL’ATTI

Nota su nota, colori acrilici e a olio, resina epossidica e argilla polimerica light, cm 88×68 compresa cornice a specchio
La scena si apre come un interno sospeso, costruito su un equilibrio sottile tra realtà e proiezione, dove ogni elemento sembra alludere a una dimensione altra. La figura femminile, colta di spalle, si dirige verso la luce con un gesto che è al tempo stesso fuga e affermazione: il piccolo strumento musicale e il calice diventano segni ambigui, oscillanti tra ritualità quotidiana e simbolo di una ricerca più intima. Il pianoforte rosa, presenza centrale e al contempo silenziosa, introduce una tonalità emotiva precisa, quasi a saturare l’ambiente di una sensibilità dichiaratamente lirica. La sua forma, morbida e innaturale, lo sottrae alla funzione per trasformarlo in emblema, in oggetto carico di risonanze affettive più che sonore. Uno sguardo critico potrebbe osservare come l’impianto simbolico sia esplicito, quasi illustrativo, con il rischio di guidare eccessivamente la lettura. Tuttavia, ciò che sostiene l’opera è la costruzione spaziale: il gioco di riflessi, la presenza dello specchio e della finestra moltiplicano i piani, aprendo una frattura tra interno ed esterno, tra identità percepita e identità osservata. In una prospettiva alternativa, il lavoro può essere letto come una riflessione sull’auto-rappresentazione: la figura non è solo soggetto, ma anche immagine di sé, duplicata e reinterpretata nello spazio. La medusa nel dipinto laterale introduce una tensione ulteriore, suggerendo una dimensione inconscia, fluida, che contrasta con l’ordine apparente dell’ambiente. Ne deriva un’opera che costruisce una narrazione per slittamenti, in cui il gesto della figura diventa il punto di accesso a un universo interiore più complesso, fatto di desiderio, memoria e trasformazione.
Sandro Serradifalco
La scena si apre come un interno sospeso, costruito su un equilibrio sottile tra realtà e proiezione, dove ogni elemento sembra alludere a una dimensione altra. La figura femminile, colta di spalle, si dirige verso la luce con un gesto che è al tempo stesso fuga e affermazione: il piccolo strumento musicale e il calice diventano segni ambigui, oscillanti tra ritualità quotidiana e simbolo di una ricerca più intima. Il pianoforte rosa, presenza centrale e al contempo silenziosa, introduce una tonalità emotiva precisa, quasi a saturare l’ambiente di una sensibilità dichiaratamente lirica. La sua forma, morbida e innaturale, lo sottrae alla funzione per trasformarlo in emblema, in oggetto carico di risonanze affettive più che sonore. Uno sguardo critico potrebbe osservare come l’impianto simbolico sia esplicito, quasi illustrativo, con il rischio di guidare eccessivamente la lettura. Tuttavia, ciò che sostiene l’opera è la costruzione spaziale: il gioco di riflessi, la presenza dello specchio e della finestra moltiplicano i piani, aprendo una frattura tra interno ed esterno, tra identità percepita e identità osservata. In una prospettiva alternativa, il lavoro può essere letto come una riflessione sull’auto-rappresentazione: la figura non è solo soggetto, ma anche immagine di sé, duplicata e reinterpretata nello spazio. La medusa nel dipinto laterale introduce una tensione ulteriore, suggerendo una dimensione inconscia, fluida, che contrasta con l’ordine apparente dell’ambiente. Ne deriva un’opera che costruisce una narrazione per slittamenti, in cui il gesto della figura diventa il punto di accesso a un universo interiore più complesso, fatto di desiderio, memoria e trasformazione.
Sandro Serradifalco
ALESSANDRA DELL’ATTI

Nota su nota, colori acrilici e a olio, resina epossidica e argilla polimerica light, cm 88×68