ADRIANA STELLA

Fessurazioni, acrilico, smalto e cartapesta, cm 45×60

In Fessurazioni, la superficie si impone come campo di tensione, attraversato da un’energia segnica che non concede tregua allo sguardo. Le diagonali serrate, fitte e quasi ossessive, costruiscono un ritmo incalzante che evoca frattura, attrito, instabilità: la pittura qui non rappresenta, ma agisce, incidendo lo spazio come una forza che lacera e stratifica. All’interno di questo vortice dinamico, la presenza centrale — una forma plastica in cartapesta, sospesa su un piano verde  introduce una brusca discontinuità. La maschera, ridotta all’essenziale, priva di identità e attraversata da due cavità oculari, si configura come reliquia, come residuo umano sottratto al flusso caotico che la circonda. La sua matericità opaca e compatta contrasta con la vibrazione pittorica del fondo, instaurando un dialogo netto tra immobilità e movimento. Il rettangolo verde che la accoglie non è semplice supporto, ma soglia visiva: uno spazio altro, più raccolto, quasi protettivo, che tenta di isolare la forma dal caos circostante. Eppure questa protezione appare fragile, precaria, continuamente minacciata dalla pressione centrifuga delle linee che invadono la superficie. Uno sguardo più critico potrebbe mettere in discussione proprio questa dicotomia: il rischio è che il contrasto tra centro e periferia risulti eccessivamente dichiarato, quasi didascalico. Tuttavia, è proprio in questa tensione esplicita che l’opera trova la sua forza: non cerca ambiguità formale, ma un impatto diretto, quasi fisico. Le “fessurazioni” del titolo non sono soltanto segni pittorici, ma diventano metafora di una condizione: fratture dell’identità, crepe nella percezione, punti di rottura tra interno ed esterno. La maschera, privata di sguardo ma non di presenza, si pone allora come interrogativo aperto, come superficie che non nasconde ma rivela l’impossibilità di una forma stabile. Ne deriva un’immagine che lavora per contrasti — pieno e vuoto, quiete e turbolenza, materia e segno — trasformando la tela in uno spazio di conflitto, ma anche di resistenza, in cui ciò che resta al centro è una traccia fragile eppure ostinata dell’umano.

Sandro Serradifalco

In Fessurazioni, la superficie si impone come campo di tensione, attraversato da un’energia segnica che non concede tregua allo sguardo. Le diagonali serrate, fitte e quasi ossessive, costruiscono un ritmo incalzante che evoca frattura, attrito, instabilità: la pittura qui non rappresenta, ma agisce, incidendo lo spazio come una forza che lacera e stratifica. All’interno di questo vortice dinamico, la presenza centrale — una forma plastica in cartapesta, sospesa su un piano verde  introduce una brusca discontinuità. La maschera, ridotta all’essenziale, priva di identità e attraversata da due cavità oculari, si configura come reliquia, come residuo umano sottratto al flusso caotico che la circonda. La sua matericità opaca e compatta contrasta con la vibrazione pittorica del fondo, instaurando un dialogo netto tra immobilità e movimento. Il rettangolo verde che la accoglie non è semplice supporto, ma soglia visiva: uno spazio altro, più raccolto, quasi protettivo, che tenta di isolare la forma dal caos circostante. Eppure questa protezione appare fragile, precaria, continuamente minacciata dalla pressione centrifuga delle linee che invadono la superficie. Uno sguardo più critico potrebbe mettere in discussione proprio questa dicotomia: il rischio è che il contrasto tra centro e periferia risulti eccessivamente dichiarato, quasi didascalico. Tuttavia, è proprio in questa tensione esplicita che l’opera trova la sua forza: non cerca ambiguità formale, ma un impatto diretto, quasi fisico. Le “fessurazioni” del titolo non sono soltanto segni pittorici, ma diventano metafora di una condizione: fratture dell’identità, crepe nella percezione, punti di rottura tra interno ed esterno. La maschera, privata di sguardo ma non di presenza, si pone allora come interrogativo aperto, come superficie che non nasconde ma rivela l’impossibilità di una forma stabile. Ne deriva un’immagine che lavora per contrasti — pieno e vuoto, quiete e turbolenza, materia e segno — trasformando la tela in uno spazio di conflitto, ma anche di resistenza, in cui ciò che resta al centro è una traccia fragile eppure ostinata dell’umano.

Sandro Serradifalco

ADRIANA STELLA

Fessurazioni, acrilico, smalto e cartapesta, cm 45×60